Lettera a Z.

isola di ventotene, vecchia finestra, fotografia bianconero, zanzara, zanzariera

Carissima Z.,

mi dispiace. Mi dispiace tanto. Davvero, non posso. Lo so che non mi crederai, ma è così. Ed così provo a spiegartelo.

Sono nata in paese lontano, molto lontano. La mia casa materna era immersa, rumorosa, piena di grandi macchinari. Il freddo mi accompagnava ogni istante. Ero ammassata assieme a tante sorelle gemelle, tutte uguali a me, e tutte intimorite come me. Ci sentivamo sole, vuote. Forse tu, che nasci nell’accogliente grembo di madre natura, non riesci neanche ad immaginartelo.

Un giorno ci presero, dividendoci. Ricordo lo spavento…non sai che fatica feci a trattenere il pianto! Ma noi tutte avevamo imparato che la vita è dura per noi. Non potevamo sprecare il nostro tempo e darla vinta alla signora disperazione. Così accolsi con dignità un puzzolente sacchetto di plastica, la mia nuova casa. E poco dopo mi rinchiusero dentro una scatola di cartone, insieme a tutte le altre.

Buio. Freddo, ma rinforzato dall’umidità e dalla salsedine. Mesi di carcere forzato su quella grande nave. Mesi in cui ci chiedevamo chi eravamo e cosa sarebbe stato di noi. Il mare, unica testimonianza di vita, tentava di consolarci con le sue onde.

Passai il tempo sforzandomi di dormire, riuscendoci più per fortuna che per impegno. Sonno o veglia, l’unico sogno che riuscivo a desiderare era l’eterno oblio. Impiegai molto tempo prima di capire che eravamo arrivati, non lontano da qui. Mani, che credevamo liberatrici, infransero le pareti della nostra agonia. Ma ben presto ci smembrarono di nuovo rimettendoci in altre scatole…

Ah…Z. cara, provo un immenso dolore a ripercorrere quei tempi e non voglio entrare in troppi particolari. Ti basta sapere che alla fine sono arrivata nel negozio in fondo alla strada. Ricordo ancora, con un certo senso di conforto, quella frase detta da colui che poi divenne il mio padrone “Zio, dammi qualcosa che non faccia passare neanche una zanzara. Non ce la faccio più! Sai, quella finestra sullo stagno…”. Giuseppe, che è il suo nome se già non lo sai, è una brava persona. Mi ha accolto in casa sua, montato amorevolmente alla finestra, e da allora sono qui a tenergli compagnia. Siamo invecchiati insieme ed ho imparato a conoscerlo ed apprezzarlo. Gli sono affezionato e l’ho sempre ricambiato facendo il mio dovere.

Concludo questa mia speranzosa missiva raccontandoti di una sera, il cui ricordo mi si è indelebilmente cucito addosso. Sappi che lui mi ha sempre curata e riparata quando ne avevo bisogno. Ebbene quella sera troneggiava un temporale fortissimo. Ero in pensiero per la sua incolumità quando finalmente entrò in casa, stanchissimo e bagnato dalla testa ai piedi: ancora prima di togliersi il cappotto venne da me per controllare che stessi bene. Da allora, non ho più avuto paura di nessuna tempesta…nessuna!

Ti prego comprendimi, con tutto il mio rammarico…non posso tradirlo, non posso farti entrare zanzara mia cara, compagna di lunghe chiacchierate!

Con la speranza di rivederti presto, ti dono tutto il mio affetto,

la tua amica Zanzariera

(ripropongo il racconto dopo la chiusura del blog su cui l’avevo recentemente pubblicato)

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